Quando Washington diventa ostacolo: l’Europa cerca una nuova identità
Per ottant’anni la difesa comune delle democrazie liberali ha tenuto insieme il ponte atlantico. Una promessa talvolta ipocrita, certo, ma abbastanza potente da cementare un’alleanza che sembrava inscalfibile. Oggi quella certezza vacilla.
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L’attacco che viene da oltreoceano
Washington sferra un attacco frontale di narrazione: chi siamo, che civiltà rappresentiamo, quanto valiamo come alleati. L’accusa è pesante: manipolare l’immigrazione, sconvolgere i processi democratici nei Paesi membri, persino sopprimere l’opposizione. Parole che suonerebbero grottesche se non trovassero terreno fertile.
Il pericolo non verrebbe solo dall’esterno: partiti che usano le crisi per accusare Bruxelles di ogni scelta impopolare, governi che violano lo stato di diritto e poi denunciano i richiami europei come interferenze, media e leader che ripetono la narrazione trumpiana. Il cavallo di Troia è già dentro le mura.
La doppia resistenza necessaria
Cosa fare per resistere a un’America che percepisce l’Europa come ostacolo e non più come alleato naturale? Resistere: fuori e dentro.
Diventare adulti
Resistere fuori significa prima di tutto diventare adulti. Difesa comune, sovranità digitale e tecnologica, alleanze oltre l’Atlantico ma non contro l’Atlantico. Il caso delle piattaforme digitali lo dimostra: quando Bruxelles prova a regolamentarle, queste cercano protezione a Washington che trasforma una questione di trasparenza in guerra culturale.
Riconoscere le istituzioni come proprie
Resistere dentro significa difendere le istituzioni europee come nostre: la Commissione non è un governo straniero, è il luogo dove gli Stati membri hanno messo parti di sovranità per evitare che le grandi potenze decidessero al posto loro.
Trasparenza e stato di diritto devono diventare identità, non un fastidio: la forza dell’Europa non è la nostalgia di un passato mitico né l’omogeneità etnica, ma la promessa di diritti uguali per tutti, minoranze incluse.
Le verità scomode da accettare
Per resistere bisogna accettare verità scomode: il mondo di prima non tornerà. Anche con un altro presidente alla Casa Bianca tra quattro anni, non sarà più il 1995 né il 2001: la competizione con la Cina, il riarmo russo, la frammentazione tecnologica sono fatti strutturali. Gli Stati Uniti saranno sempre più selettivi, meno pazienti, più egocentrici.
La linea del fronte passa per Kiev ma anche per Bruxelles, Roma, Varsavia, Berlino: difendere l’Ucraina significa difendere il principio che i confini non si cambiano con la forza, difendere l’Unione europea significa sostenere che le regole valgono più degli uomini forti. Se cede uno dei due fronti, l’altro seguirà.
Una scelta che richiede coraggio
L’Europa esiste solo se la vogliamo abbastanza da rischiare qualcosa per lei: è stata costruita come gigantesco compromesso per evitare di scegliere. Ora quel lusso non è più disponibile. La partita si gioca su due tavoli simultanei: costruire autonomia strategica verso l’esterno, rafforzare la legittimità democratica verso l’interno.
Non basta più invocare valori condivisi. Serve la capacità di tradurli in politiche concrete: una difesa europea credibile, una sovranità tecnologica che non sia slogan, istituzioni che i cittadini riconoscano come proprie e non come burocrazia straniera. La sfida è questa: dimostrare che un’Europa unita può proteggere meglio i suoi cittadini di ventisette nazioni divise.
Il ponte atlantico non è crollato. Si è semplicemente rivelato per quello che forse è sempre stato: un’alleanza di convenienza più che di valori. Accettarlo non significa voltare le spalle all’America, significa smettere di dipendere da essa per la propria identità. L’alternativa è continuare a costruire castelli su fondamenta che altri possono rimuovere quando vogliono.
