Quando l’algoritmo incontra il fattore umano nelle assunzioni
C’è un problema che attanaglia le direzioni del personale delle medie e grandi imprese italiane: trovare le persone giuste richiede troppo tempo, e quando finalmente arrivano, spesso se ne vanno dopo pochi mesi. La media nazionale per chiudere una selezione si aggira sui 90 giorni. Un’eternità, in un mercato dove i talenti migliori ricevono tre o quattro offerte prima ancora di aggiornare il curriculum.
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Il dato che cambia le regole
Jobify, startup italiana specializzata nella gestione del personale e nel recruiting di figure manageriali, ha messo a punto un metodo proprietario che riduce i tempi di assunzione da 90 a 35 giorni e aumenta del 30% la permanenza dei dipendenti nelle aziende. Non si tratta di magia tecnologica, ma di un approccio che prova a rispondere a una domanda semplice: perché continuiamo a selezionare le persone come facevamo trent’anni fa?
La risposta della società fondata da Davide Maggio passa attraverso tre pilastri metodologici distinti. Il primo è un approccio consulenziale che utilizza uno strumento basato sull’intelligenza artificiale per valutare l’attrattività del pacchetto retributivo rispetto a quello che offre il mercato, garantendo il successo dei progetti di headhunting nel 90% dei casi. Qui l’algoritmo fa quello che sa fare meglio: processare enormi quantità di dati e confrontare posizioni, stipendi, benefit.
La macchina che monitora (ma non decide)
Il secondo elemento è l’ingegnerizzazione dei processi di ricerca e selezione, che permette di monitorare dati statistici in tempo reale ottimizzando la strategia in collaborazione con l’azienda. Tradotto: ogni fase della selezione viene tracciata, misurata, aggiustata. Se un annuncio non funziona, lo si capisce subito. Se una figura richiede competenze troppo rare per il budget disponibile, emerge prima di sprecare settimane.
Ma il vero salto avviene con il terzo elemento. L’analisi del ‘cultural fit’ viene prodotta attraverso un questionario proprietario sviluppato in collaborazione con l’Università di Bergamo, che analizza diverse aree della cultura aziendale. Il P-O fit, così si chiama lo strumento, misura nove dimensioni: cambiamento, autonomia, collaborazione, competitività, etica, sviluppo, attenzione ai risultati, orientamento al cliente. Jobify è l’unica società in Italia a utilizzare questo strumento, che crea un matching valoriale tra azienda e risorsa aumentando il tempo di permanenza del personale.
Dove l’intelligenza artificiale si ferma
L’aspetto interessante sta proprio nel punto di confine tra macchina e umano. L’intelligenza artificiale aiuta a scremare i candidati su parametri tecnici, ma è l’intervento umano che verifica le soft skills e il fit culturale, due parametri che le macchine interpretano ancora con difficoltà. Gli esperti HR raccolgono ed elaborano i dati secondo linee guida precise, ma poi li interpretano. L’AI elabora le informazioni, riducendo il rischio di errore umano e permettendo di misurare l’efficacia di ogni azione sui singoli progetti.
Il metodo prevede un monitoraggio continuo delle performance del modello e aggiornamenti costanti dei dataset. Non è un software che si installa e funziona da solo. Richiede persone che sappiano cosa cercare nei numeri, che riconoscano quando un dato anomalo nasconde un’opportunità o un problema.
Il problema della cultura aziendale invisibile
Molte organizzazioni faticano ad attrarre e trattenere i talenti perché hanno una percezione distorta della propria cultura interna. Si definiscono innovative, poi pretendono presenza in ufficio cinque giorni su cinque. Dichiarano di valorizzare l’autonomia, ma ogni decisione passa attraverso tre livelli di approvazione. Il questionario sviluppato con l’ateneo bergamasco serve proprio a questo: far emergere cosa l’azienda è davvero, non cosa vorrebbe essere.
Quando il profilo culturale dell’organizzazione coincide con quello del candidato, la probabilità che la persona resti aumenta sensibilmente. Grazie al questionario proprietario P-O fit, il tempo di permanenza in azienda delle risorse assunte aumenta del 30%. Si tratta di una percentuale rilevante, se si considera che sostituire un dipendente costa mediamente tra il 50% e il 200% dello stipendio annuo, tra recruiting, formazione e perdita di produttività.
Il futuro dei team HR
Nel futuro, i team di maggior successo saranno quelli che integrano esperti di gestione del personale e specialisti di intelligenza artificiale generativa: i primi forniscono le competenze normative e relazionali necessarie per comprendere le persone e costruire la cultura aziendale, mentre i secondi aggiungono capacità per automatizzare e personalizzare i processi.
La direzione sembra chiara. Le risorse umane stanno passando da un modello artigianale, dove conta principalmente l’intuizione del selezionatore, a uno ibrido che mantiene la componente umana ma la potenzia con strumenti analitici. Il rischio, come sempre quando si parla di algoritmi applicati alle persone, è che la misurazione diventi l’obiettivo invece che il mezzo. Che si selezioni per far combaciare metriche invece che per trovare chi può davvero contribuire.
La scommessa di Jobify è promuovere un modello che combina misurazione statistica, innovazione nelle risorse umane e umanizzazione dei processi HR. Resta da vedere se questa triangolazione tra dati, algoritmi e giudizio umano funzionerà su scala più ampia, o se finirà per essere l’ennesimo strumento che promette efficienza e consegna conformismo.
