Quando il Regno Unito dichiara guerra al junk food e noi restiamo a guardare
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La rivoluzione silenziosa che arriva da Oltremanica
C’è qualcosa di stranamente definitivo nel modo in cui a partire dal 5 gennaio scorso il Regno Unito ha vietato gli spot pubblicitari di alimenti non salutari in televisione e online nell’ambito di una campagna volta a combattere l’obesità infantile. Il divieto impedisce la pubblicità di alimenti e bevande ad alto contenuto di grassi, sale e zuccheri in televisione prima delle 21 e in qualsiasi momento online. Non si tratta di una semplice raccomandazione, né di una linea guida facilmente aggirabile.
Le categorie colpite dal provvedimento sono quelle che popolano le fantasie alimentari di milioni di bambini: bevande analcoliche, cioccolatini e dolciumi, pizze e gelati. Ma c’è di più. Il divieto riguarda anche alcuni cereali e porridge per la colazione, prodotti da forno dolcificati, pasti principali e panini. Perfino il Natale televisivo britannico 2025 ha segnato una svolta: per la prima volta negli spot non sono presenti dolci, pudding e prodotti ipercalorici.
I numeri che non mentono
Dietro questa stretta normativa si nascondono statistiche allarmanti. Quasi un bambino su dieci (9,2%) in età prescolare è obeso, mentre un bambino su cinque soffre di carie all’età di cinque anni. L’obesità costa al Servizio sanitario nazionale più di 11 miliardi di sterline all’anno. Cifre che hanno spinto il governo a stimare che il divieto di pubblicità consentirà di prevenire circa 20mila casi di obesità infantile.
La battaglia contro il junk food nel Regno Unito ha radici profonde. La crociata era stata avviata negli anni scorsi in particolare dal governo Tory di Boris Johnson, protagonista di una svolta salutista anche personale contro il sovrappeso dopo il drammatico ricovero in terapia intensiva per Covid nel 2020. Un percorso che ha richiesto anni di rinvii e compromessi con l’industria alimentare.
L’Italia e il peso del silenzio
Mentre Londra muove i suoi pezzi sulla scacchiera della salute pubblica, l’Italia continua a fare i conti con una realtà preoccupante. Secondo i dati più recenti del sistema di sorveglianza “OKkio alla Salute”, circa un bambino su quattro in età scolare risulta in sovrappeso o obeso. Una percentuale che ci colloca tra i paesi europei con i tassi più elevati.
Non esiste un divieto generalizzato di pubblicità per prodotti ad alto contenuto calorico, ma sono previste linee guida e codici di autoregolamentazione. La differenza con l’approccio britannico è lampante: da una parte provvedimenti vincolanti con sanzioni concrete, dall’altra buone intenzioni affidate alla responsabilità individuale delle aziende.
Le misure parallele che fanno la differenza
Il divieto pubblicitario rappresenta solo un tassello di una strategia più ampia. Il governo britannico ha introdotto una legge che vieti la vendita di energy drink ai minori di 16 anni per contrastare obesità, ansia e disturbi del sonno tra i giovani. Il Segretario alla Sanità, Wes Streeting, ha sottolineato: “Come possiamo aspettarci che i bambini vadano bene a scuola se hanno in corpo l’equivalente di un doppio espresso su base giornaliera?”
Sebbene molte grandi catene di supermercati avessero già adottato un divieto volontario, la ricerca ha dimostrato che i negozi più piccoli continuavano a essere una fonte di accesso per i giovani. Una lacuna che solo un intervento legislativo poteva colmare.
Il potere nascosto della pubblicità
Quanto può influire uno spot televisivo sulle scelte alimentari di un bambino? La risposta arriva da uno studio condotto dall’Università di Liverpool che ha esaminato giovani inglesi tra i 7 e i 15 anni. La ricerca dimostra che i bambini consumano 130 calorie in più dopo aver visto pubblicità di junk food.
L’aspetto più inquietante emerge da un dettaglio della ricerca: gli alimenti serviti non erano gli stessi mostrati nelle pubblicità ed erano privi di informazioni sul marchio, il che significa che i bambini non erano spinti ad acquistare quel cibo in particolare ma semplicemente a consumare ciò che era disponibile. La pubblicità alimentare, dunque, non promuove un prodotto specifico ma stimola una fame indifferenziata verso qualsiasi cibo ipercalorico.
Le scappatoie che restano aperte
Nonostante l’apparente severità delle norme britanniche, esistono zone grigie. Il divieto riguarda solo le pubblicità in cui i prodotti possono essere visti dagli spettatori, il che significa che le aziende di fast food potranno comunque fare pubblicità utilizzando il loro marchio. Una catena può mostrare il proprio logo senza esibire hamburger o milkshake sullo schermo.
Le aziende che non rispettano le nuove norme rischiano un provvedimento da parte dell’Autorità per gli standard pubblicitari. Resta da vedere se i controlli saranno sufficientemente stringenti da garantire l’efficacia della misura.
Educazione o regolamentazione?
In Italia l’approccio privilegia l’educazione alimentare. Il Ministero della Salute e il Ministero dell’Istruzione promuovono programmi rivolti alle scuole, basati su un approccio informativo e preventivo, con iniziative come il Piano nazionale per la prevenzione 2020-2025. Programmi certamente utili, ma che non sembrano incidere significativamente sulle statistiche.
Il problema dell’obesità infantile ha radici complesse. Nei Paesi ad alto reddito, l’obesità colpisce più frequentemente i bambini che crescono in famiglie a basso reddito o in condizioni socio-culturali svantaggiate, poiché la povertà limita l’accesso ad alimenti freschi e nutrienti. Una dinamica che rende ancora più necessario un intervento pubblico strutturato.
L’esperienza britannica dimostra che informare non basta. Servono vincoli concreti che modifichino l’ambiente in cui i bambini crescono e prendono decisioni alimentari. La domanda è semplice: quanto tempo dovremo ancora aspettare prima che anche in Italia si prenda sul serio questa emergenza sanitaria?
