Quando il medico va in pensione: la procedura per non restare senza assistenza
Il legame tra un paziente e il proprio medico di famiglia può durare decenni. Tra i pazienti e il medico si crea, nel corso degli anni, un rapporto di profonda fiducia e rispetto e, talvolta, anche di amicizia. Quando questa figura professionale raggiunge il termine della carriera, sorge un problema concreto: se il medico di famiglia va in pensione, i pazienti restano “scoperti”.
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L’obbligo di effettuare una nuova scelta
I pazienti del medico pensionando non vengono rilevati da chi ne prende il posto, pur conservandosi operativo lo studio medico allo stesso indirizzo. Non esiste alcun passaggio automatico. La responsabilità ricade sul cittadino, che deve attivarsi tempestivamente per individuare un sostituto.
Al compimento dei 14 anni ogni cittadino deve individuare il proprio medico di famiglia, come stabilisce il Ministero della Salute. La normativa prevede una certa flessibilità: per legge la scelta è ammessa anche a partire dal sesto anno d’età, laddove i genitori vogliano spostare il figlio dal pediatra al medico di base.
Le modalità per individuare il nuovo professionista
Esistono diversi canali attraverso cui procedere. Al fine di individuare il medico di base si può accedere al proprio fascicolo sanitario elettronico (in cui è possibile fare il cambio del dottore via web), oppure si può fare riferimento all’elenco dei medici convenzionati, disponibile presso gli uffici delle ASL territoriali – o sui siti web delle stesse – e recarsi all’Ufficio anagrafe sanitaria del Distretto sanitario di residenza.
Generalmente, quando un medico di famiglia sta per andare in pensione, l’Asl avvisa i pazienti circa 15 giorni prima del pensionamento. Un preavviso che dovrebbe permettere un’organizzazione adeguata, sebbene solitamente è già il medico di base che avvisa i suoi pazienti del prossimo pensionamento. Non è tenuto a farlo, ma se ci sono buoni rapporti, è consuetudine dirlo.
Criteri da valutare nella scelta
La selezione del nuovo medico richiede alcune valutazioni pratiche. Devi innanzitutto sapere se il medico sta accettando nuovi pazienti o meno. I medici infatti hanno un numero limite di pazienti che possono seguire e se nella tua zona c’è scarsità di dottori, può succedere che proprio quello che vorresti non abbia più posto.
Altri elementi assumono rilevanza: gli orari di disponibilità del professionista, la distanza dell’ambulatorio dalla propria abitazione, l’eventuale presenza di barriere architettoniche nello studio. Dettagli apparentemente secondari che nella quotidianità fanno la differenza, specialmente per chi necessita di visite regolari o ha difficoltà motorie.
Il ruolo insostituibile della medicina di base
L’assistenza sanitaria in Italia si fonda anzitutto su due figure, quali il medico di famiglia e il pediatra. Entrambi di fatto sono ‘anelli di collegamento’ tra il cittadino e il Servizio Sanitario Nazionale, con la peculiarità di non essere dipendenti “pubblici” delle ASL, bensì liberi professionisti che forniscono i loro servizi a tutela della salute con un accordo ad hoc.
Questi professionisti operano cioè in “convenzione” con il Servizio Sanitario, valutando la risposta opportuna alle necessità del singolo paziente. Il rapporto che si instaura va ben oltre la semplice prescrizione farmacologica: dalla gestione delle patologie croniche come diabete o asma, alla certificazione, fino ai consigli sullo stile di vita e alla prevenzione.
Un’emergenza annunciata per il sistema sanitario
Il fenomeno dei pensionamenti di massa nella medicina generale rappresenta una criticità strutturale. Secondo i dati Enpam, ente di previdenza dei medici, entro il 2023 andranno in pensione 21.700 medici di famiglia. Una cifra che evidenzia l’urgenza di soluzioni concrete.
Il legislatore ha tentato di arginare il problema. Per i prossimi tre anni i medici convenzionati potranno continuare a prestare servizio fino al compimento dei 72 anni, così da tamponare l’inevitabile onda d’urto. La norma che lo consente è contenuta nel cosiddetto decreto “Milleproroghe”, approvato in via definitiva giovedì, ed è stata varata affinché il Servizio sanitario nazionale possa continuare a garantire gli attuali livelli di assistenza.
Si tratta però di un provvedimento temporaneo, una soluzione ponte che non affronta il nodo centrale: il numero dei giovani medici già formati o avviati finora alla formazione sarebbe sufficiente per coprire solo il 50% dei posti. Una disparità che pone interrogativi sulla sostenibilità futura del sistema.
